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Alla Camera è stata recentemente approvata la proposta di legge (a prima firma Marianna Madia e Matteo Orfini) che istituisce gli elenchi dei professionisti dei beni culturali. Un settore strategico per il futuro del nostro Paese: basti pensare che secondo il rapporto 2013 Symbola-Unioncamere il settore – pur tra le profonde difficoltà che sappiamo – ha creato 80,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,8% del Pil. Parafrasando un ex-Ministro potremmo facilmente dire: con la cultura innanzitutto si pensa…ma si mangia pure. Questi professionisti svolgono un lavoro di fondamentale interesse pubblico, poiché presidiano nei fatti quell’articolo 9 della Costituzione, grazie a cui “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. E’ giunto il momento che sia riconosciuto il loro ruolo lavorativo, economico e culturale, attualmente mortificato da condizioni lavorative difficoltose.

Si tratta di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali, storici dell’arte a cui affidare gli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali. Tutte queste professioni non sono organizzate in ordini o collegi e sono state fino ad oggi prive di tutele. Con questo intervento si chiede allora che siano attestati e certificati, nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, il loro ruolo, le competenze e la qualificazione.

Il Codice dei BBCC non prevede ad oggi il riconoscimento delle professioni dei Beni Culturali, a esclusione fino ad ora delle figure del Restauratore e del Collaboratore Restauratore. Si è detto che non parlare dei professionisti nel codice è come scrivere le regole del calcio parlando solo del pallone e non dei calciatori. Un vuoto normativo che ha generato condizioni di lavoro prive di qualunque regolamentazione: una situazione che svilisce le competenze e le aspettative professionali di migliaia di lavoratori con alle spalle anni di formazione universitaria e post universitaria e con un continuo aggiornamento professionale svolto in cantieri di scavo, nella gestione museale, nella didattica, nella catalogazione, nella divulgazione del patrimonio culturale, eccetera. Questi lavoratori della conoscenza non hanno garanzie né possibilità di programmarsi un futuro professionale.

L’obiettivo è garantire maggiore qualità e responsabilità degli operatori sostenendo, al contempo, l’occupabilità, ma in una prospettiva di sviluppo del settore e in un corretto rapporto pubblico-privato. Offrire riconoscibilità istituzionale ai professionisti dei beni culturali appare un ulteriore passo, decisivo e concreto, sulla strada per dare respiro al settore della cultura, che ha visto un primo importante intervento nel decreto “Valore della Cultura” approvato il 3 ottobre 2013 , di cui si stanno definendo i regolamenti attuativi.

Il testo che aveva inizialmente ricevuto l’approvazione di tutte le forze politiche entrate a far parte del Comitato ristretto ha superato le osservazioni delle altre Commissioni parlamentari coinvolte. L’auspicio che il provvedimento in esame potesse essere approvato in sede legislativa dalle Commissioni di Camera e Senato sembrava realistico. L’iter, si è però arenato di fronte alla decisione del Movimento 5 Stelle di astenersi. Per questo si è ritenuto necessario passare al suo esame in Assemblea.

Certo, l’approvazione della proposta di legge non rappresenterà la soluzione a tutti i problemi che vivono i professionisti dei beni culturali, ma si inizia così un cammino nella giusta direzione. Infatti, rappresenta un primo passo verso forme di attestazione e certificazione della professionalità che favoriranno qualità e responsabilità nel settore. Importante l’inserimento tra gli interventi regolamentati anche quello della fruizione, un’area professionale importantissima che ha assunto una dimensione di grande interesse sotto il profilo dell’occupazione dei giovani di formazione umanistica. Il riconoscimento ci deve tuttavia allineare agli standard europei coinvolgendo migliaia di operatori del settore. Non un punto di arrivo ma una solida base normativa su cui costruire azioni concrete che aiutino il definitivo riconoscimento di queste professionalità, senza cristallizzarle sul passato e favorendo il processo di crescita e di formazioni innovativa che sono loro proprie.

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