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Come un giornale ha titolato nei giorni scorsi: “Mai firmare in bianco: lo diceva un proverbio, ora anche la legge”. Finalmente, abbiamo ripristinato una norma di civiltà approvando la legge che cancella la vergogna delle cosiddette ‘dimissioni in bianco’, fatte firmare ad una lavoratrice o lavoratore contestualmente alla firma del contratto. Come ho potuto ricordare annunciando in Aula il voto favorevole per il Gruppo PD, si tratta di un fenomeno troppo diffuso nel nostro Paese: anche per effetto della deregolamentazione, secondo l’Istat e i sindacati, sono complessivamente 2 milioni le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti da questo fenomeno, il 15 per cento di coloro che godono di un contratto a tempo indeterminato, senza contare la ben più opaca galassia della parasubordinazione. Quella approvata è una legge pragmatica, semplice, efficace e giusta. Rispondiamo così a quelle donne e quegli uomini che, nelle condizioni sempre più difficili del lavoro negli anni della Crisi, sono vittime di un ricatto ignobile: mettere la propria firma sotto la possibilità di venire licenziati, quando risultino troppo “costosi” in termini previdenziali o fiscali, per maternità, malattia, infortunio. 

Per meglio riassumere il contenuto del nostro lavoro, allego di seguito una mia intervista a seguito del voto.

Onorevole Gribaudo, come commenta l’approvazione incassata alla Camera, che è andata oltre i confini della maggioranza?
Molto positivamente. Non è un Paese civile quello in cui sia possibile far firmare contestualmente un contratto e le relative dimissioni. Secondo i dati forniti da ISTAT e sindacati, sono complessivamente 2 milioni le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti da questo fenomeno, in gran parte donne, ma anche uomini e in generale  gli appartenenti alle fasce più svantaggiate. Queste persone sottostanno ad un vero e proprio ricatto: mettere la propria firma sotto la possibilità di venire licenziati, qualora risultassero troppo “costosi” in termini previdenziali o fiscali, per maternità, malattia, infortunio. Con questa nuova norma, abbiamo cercato di costruire uno strumento accessibile e di facile utilizzo, che tuteli quindi maggiormente i cittadini: intendiamo promuovere così, insieme ad una forte semplificazione, anche una concorrenza più leale tra le imprese, colpendo chi si comporta scorrettamente, senza appesantire il carico burocratico per i datori di lavoro onesti. Importante poi sottolineare che la misura è a costo zero e non aggiunge nessun onere alle casse dello Stato.

Come si è arrivati a questa legge?
Una prima regolamentazione contro questo fenomeno era già arrivata nel 2007 quando, con l’allora ministro del lavoro Damiano, fu approvata la legge 188. Sebbene questa fosse stata votata quasi all’unanimità (430 a favore su 433 votanti), il regolamento applicativo fu approvato solo nel gennaio 2008, a Camere sciolte, per la caduta del Governo Prodi. La legge non poté perciò manifestare i suoi effetti visto che, con l’insediamento del Governo Berlusconi, venne immediatamente abrogata. Nella discussione che aveva portato alla legge 188/2007, il filo conduttore degli interventi di tutti i gruppi fu che con quel provvedimento si metteva un tassello per garantire l’esercizio concreto dell’articolo 35 della Costituzione, in base al quale la Repubblica deve tutelare il lavoro. Lavoro che, con la vergognosa pratica delle dimissioni in bianco, subiva un’inaccettabile e palese violazione. Negli anni successivi alla cancellazione, è quindi stata forte la richiesta da più parti perchè si tornasse a mettere uno stop. Nel 2012, la legge Fornero ha quindi reintrodotto una serie di disposizioni che puntavano all’inasprimento e all’allargamento dei controlli, mediante un meccanismo “a valle” di condanna amministrativa che prevedeva un doppio percorso, uno alternativo all’altro. Questo meccanismo è risultato però farraginoso, insufficiente ed aggirabile. Da queste considerazioni, quindi, è scaturito il nuovo testo di legge che ha unificato due proposte, una del gruppo di SEL ed una del PD, a prima firma dell’onorevole Bellanova, oggi sottosegretario proprio al Ministero del Lavoro. Il testo unificato, partendo dall’inefficacia della legge 92/2012 e dei controlli ex post, si è invece proposto l’obiettivo di tornare a prevenire “a monte” la firma in bianco.

Da 2007 al 2014: sette anni e cinque governi, per ritornare da capo?
E’ stata la quarta volta in cui il Parlamento interveniva in questa materia, in un verso o nell’altro. Basta questo numero a segnalare con quanto ingiustificabile ritardo arrivi questa legge. Su questo pesa sicuramente una grandissima responsabilità del Governo Berlusconi, che abrogò la norma appena entrato in carica. Ieri, Forza Italia ha invece votato a favore, credo ammettendo implicitamente il grave errore del 2008. Il testo di oggi, ha invece potuto arricchirsi molto grazie alla discussione in Commissione e in Aula, integrando suggerimenti sia della maggioranza che di una parte dell’opposizione. Per questo credo che la legge che abbiamo approvato sia migliore sia di quella Fornero sia della stessa 188/2007, perché più condivisa e più al passo con i tempi. Ora toccherà al Ministero dare immediata ed attenta applicazione.

Come sono cambiati i tempi dal 2007 ad oggi?

La Crisi economica, dopo oltre cinque anni di stretta, sta infatti determinando un preoccupante arretramento non solo nella tutela effettiva dei diritti, specie quelli del lavoro, ma addirittura nella percezione diffusa della loro opportunità e della necessità di tutelarli. In cambio di un posto sempre più difficile da conquistare, spesso si è disposti ad accettare – e giustificare – ogni tipo di clausola, anche se illegale, specie da parte di chi vive in condizioni più disagiate. Una dinamica che accentua le diseguaglianze e le discriminazioni, riproducendole drammaticamente nel futuro. Anche per questo era necessario dare una risposta a tutti quei giovani, tra cui molti miei coetanei, che ancora oggi scelgono, con coraggio e tra mille difficoltà, di formare una famiglia e di sostenerla con il loro lavoro. Nessuno di loro poteva più essere ostaggio di pratiche discriminatorie ed illegali che consentissero di fare profitto sulla loro pelle.

Nel suo intervento ha ricordato che nel nostro Paese oggi lavora meno di una donna su due  (il 47,2%), collocandoci così al 96° posto al mondo per la partecipazione femminile alla vita economica e all’88° per la presenza di donne nel lavoro. Questa legge dà una risposta?
Tantissime giovani donne nel nostro Paese, ancora nel 2013, mentre da un lato assaporavano la firma di un contratto seppur precario, dall’altra già sentivano il gusto amaro di dover firmare insieme all’assunzione un foglio bianco, a garanzia di un sicuro licenziamento alla prima occasione di difficoltà personale, di fronte a situazione di infortuni o malattia ma, ancor peggio se possibile, di fronte ad uno dei momenti che per una donna dovrebbe essere tra i più belli ed impegnativi della propria vita: quello in cui si sceglie di diventare madri. Quelle donne mi hanno raccontato cosa la firma su un foglio bianco ha significato per loro. Un senso di vulnerabilità e di umiliazione a cui ciascuno di noi dovrebbe pensare per cancellare anche solo l’idea che si tratti di un atto che infondo non cambia nulla di sostanziale, che possa essere solo una “scartoffia” in più. Anche di fronte a questa realtà, abbiamo voluto riaffermare con forza il valore sociale della maternità e del lavoro femminile, vedendo in questo la via verso uno sviluppo più largo, più partecipato, più solido e sostenibile con cui costruire una crescita più giusta ed un’Italia nuova.

Il M5S ha votato contro, come commenta?
I colleghi del movimento 5 stelle hanno scelto di dimenticarsi della responsabilità che sono in capo anche a loro e hanno sprecato una nuova occasione. Una scelta che ho trovato particolarmente grave, anche perché scarsamente e vagamente motivata. Una volta di più, hanno preferito la contrapposizione urlata alla costruzione silenziosa e, per una volta, largamente condivisa proprio perchè intorno ad una norma di civiltà. Compito di tutti noi, della maggioranza come dell’opposizione, è quello di migliorare le condizioni di vita dei cittadini, specie là dove sono più minacciate. Ora, si assumano la responsabilità di aver fatto desistenza davanti al dovere di liberare queste milioni di donne e uomini, concretamente e da subito, da un ricatto ignobile. 

Con la legge approvata, quindi, ogni problema è risolto?
Sicuramente la risposta a fenomeni così complessi e diffusi deve essere larga, sistemica e, non secondariamente, culturale. Quello fatto è, quindi, solo il primo passo cui dovranno seguirne molti altri.  Non sottovaluterei però il valore di un provvedimento semplice, mirato e speriamo efficace, anche per dare un segnale di inversione della rotta. Sono convinta che solo ricostruendo speranza e fiducia nelle istituzioni, alleandoci con quella parte sana e operosa del Paese – cittadini ed imprese – che chiedono onestà, promozione del lavoro e rispetto dei lavoratori, potremo costruire davvero un’Italia più giusta. Un primo passo è stato fatto. Ora, con l’aiuto di tutti, seguano gli altri.

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