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Lo scorso 9 giugno, abbiamo presentato a Roma una proposta di legge per istituire lo Statuto delle Attività Professionali. Con il jobs act il Governo si propone di modernizzare il lavoro a tutto tondo: crediamo che un impegno fondamentale debba allora riguardare il vasto mondo del lavoro autonomo così come è davvero oggi, e non solo come spesso viene rappresentato. Parliamo di milioni di lavoratori con alte professionalità e lunghi percorsi formativi, in gran parte giovani e donne. La nostra risposta vuole riassumersi nella formula: semplificare, sostenere e difendere.

Possono infatti essere queste le tre parole che riassumono la sostanza della proposta. Il suo significato, è innanzitutto quello di fare giustizia.
Giustizia delle situazioni individuali, ad esempio andando a stabilire che l’inps eroghi i trattamenti anche quando il committente non abbia versato i contributi, e sia quest’ultimo colui sul quale ci si deve rivalere. Una situazione che ha visto intrappolati tanti professionisti e, diciamocelo, specialmente quelli con minor forza contrattuale, ad esempio perchè giovani.

Questo ci porta ad una seconda correzione nel senso della giustizia, che coinvolge forse anche noi o parte del nostro mondo: riguarda cioè l’idea che il lavoro autonomo sia un qualcosa che si colloca al vertice della piramide del lavoro, in termini soprattutto remunerativi, e che quindi abbia le forze per rappresentarsi da sè, senza che ce ne dobbiamo occupare. Una credenza che giustifica e anzi alimenta ingiustizie e profonde disparità di trattamento sia tra lavoratori autonomi, nelle loro varie forme, e subordinati, sia anche tra lavoratori autonomi ed altri lavoratori autonomi, in virtù della grande disomogeneità che nasce là dove non ci sono regole che garantiscano tutti.

Il mondo del lavoro è cambiato, e con esso anche e soprattutto il lavoro autonomo. Un cambiamento di numeri e di composizione. E’ in questa forma che oggi moltissimi giovani si impegnano, perchè più adatta a ricomprendere i loro studi e le loro specializzazioni, spesso di livello internazionale, e più capace di adattarsi alla natura mutevole e dinamica del mondo di oggi. Come ci ha dimostrato sia la recente indagine conoscitiva condotta dalla commissione lavoro della camera che il lavoro fatto per l’introduzione dell’equo compenso per i lavoratori parasubordinati, che ho potuto seguire in prima persona, parliamo quindi di una platea di lavoratori ad alto o altissimo livello di competenze ma a basso o bassissimo livello di reddito e di tutele. Questo, a tutto vantaggio di chi, appunto in mancanza di regole, si avvantaggia di posizioni di vantaggio o di potere precostituite, ormai spesso scarsamente motivate, e blocca possibilità di accesso e carriera a chi arriva successivamente, magari con nuove idee. Se è vero che le caratteristiche di flessibilità e dinamicità del lavoro autonomo ne dovrebbero fare uno dei motori per l’innovazione del Paese, questo “tappo” a tutti gli effetti di privilegi precostituiti frena anche quell’opera di modernizzazione della nostra impresa indispensabile per competere ad alto livello sugli scenari mondiali.

Per questo oggi parliamo di una operazione di giustizia, individuale, collettiva e generazionale. Una regolamentazione che vuole ottenere l’esatto opposto di quanto ci ha paradossalmente consegnato il ventennio della deregulation: stabilire regole semplici, chiare ed efficaci significa permettere ad ognuno di potersela giocare al meglio secondo le proprie capacità.

In questo senso, fondamentale l’operazione – che è un impegno a largo spettro di questo governo – di semplificazione burocratica che permetta tempi rapidi e certi per l’avvio di attività autonoma, a tutto vantaggio di chi ha idee ed energie vere da spendere, e a tutto svantaggio di chi, in questa foresta di lacci e lacciuoli, si avvantaggia nella competizione potendo “oliare” gli ingranaggi. In questo senso, l’operazione di giustizia si accompagna anche con una robusta azione di trasparenza e legalità.

Un secondo aspetto che mi preme sottolineare, prima di passare la parola a chi ci esporrà più nel dettaglio il contenuto della proposta, riguarda la seconda delle parole che riassumevo: sostenere. Il nostro problema, spesso, è stato proprio questo: stabilire anche ottimi blocchi di partenza ma, come diceva un ex ministro, “presidiare l’attuazione” delle norme. Voglio usare questa parola, “presidio” proprio perchè dà il senso di quell’esserci e dell’accompagnamento dei processi da parte del Pubblico che è spesso mancata e che anzi si è risolta in un suo ritiro da larghe fette della società. Sul punto, voglio spiegarmi bene: una cosa è la presenza, come può essere l’eccessiva burocrazia, che si frappone fra l’avvio e l’obiettivo d’impresa, che riassume la sua funzione nel porre vincoli formali ma si disinteressa degli esiti. Ben altra cosa è dire che lo Stato si deve mettere al fianco di chi può e vuole impegnarsi in prima persona, non limitando la capacità imprenditoriale ma accompagnandola e – appunto – sostenendola concretamente nel suo sviluppo. Io credo che così facendo metteremmo fine non solo ad una profonda inefficienza del nostro sistema, ma che lo rafforzeremmo e innoveremmo nella competizione mondiale, contribuendo a mettere fine a quell’ideologia che, imponendo alle istituzioni comuni di annullarsi di fronte al mercato sregolato, ci ha portato fin qui.

Per sostenere i lavoratori autonomi, allora, risulta ad esempio fondamentale stabilire per loro l’equo compenso di cui parlavo, perchè a parità di prestazione il lavoratore autonomo non sia pagato meno di quello subordinato. In seconda battuta, sul fronte dei pagamenti, non meno rilevante è l’esclusione dal pagamento irap per alcune tipologie. Sul versante invece degli investimenti, vero tallone d’achille del nostro sistema, cruciali sono sia i finanziamenti diretti per ricerca ed innovazione che le agevolazioni per l’erogazione e l’accesso al credito, spesso la vera catena che imbriglia la possibilità di fare.

Di grande significato per almeno un paio di generazioni, poi, l’estinzione dei co.co.co. che hanno segnato spesso la loro intera – e singhiozzante – parabola lavorativa. Si parla allora di dare regole e tutele a tutto il lavoro autonomo, a partire da quello con attività individuale e senza dipendenti sotto i 30mila euro di reddito. Sempre nell’ottica costituzionale di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori”, un’ultima sottolineatura all’impegno non scontato per la promozione del lavoro autonomo femminile. L’Italia è oggi tristemente al 96° posto al mondo per la partecipazione femminile alla vita economica e all’88° per la presenza nel lavoro. Nella forbice fra questo dato e ad esempio quello, invece positivo, del loro rendimento scolastico ed universitario, sta l’importanza di questo impegno per la costituzione di un fondo specifico per l’imprenditorialità femminile, affinchè questa dinamica venga fermata ed invertita, sia per ragioni di giustizia che di opportunità economica. In questo senso, di portata storica è l’esigibilità della maternità anche per le iscritte alla Gestione Separata.

In conclusione, non posso non accennare all’importanza di estendere le tutele a chi non le ha mai avute, proprio nell’ottica di quella lettura più vera del mondo che ci circonda e di quell’accompagnamento che sa essere discreto quando le cose vanno bene ma sa intervenire in maniera mirata ed efficace quando vadano male. Questo per attutire cadute che spesso, per via della forte interconnessione delle professioni e delle competenze, non sono solo una tragedia individuale e familiare, ma anche un danno collettivo. Mi riferisco, ad esempio, all’intenzione di estendere l’Aspi anche ai parasubordinati e di dare alle partite iva ammortizzatori sociali specifici.

Un complesso di misure, quindi, che dialoga ad altezza occhi con l’importante delega legislativa in discussione col governo, in materia di lavoro. La legge delega, proprio proponendosi di ammodernare il mondo del lavoro a 360° è il luogo e il contesto in cui queste proposte devono essere ricomprese. La legge delega non può quindi dimenticare il lavoro autonomo e queste proposte si propongono di rispondere in profondità ai problemi che presenta ed alle ambizioni che incarna per il futuro. Un’operazione che dimostra come le ragioni della giustizia e quelle dell’opportunità economica solo insieme possono ottenere i reciproci risultati.

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