Seleziona una pagina

Sì, è una buona riforma. È la risposta che mi sento di dare alla domanda che, nelle moltissime occasioni che sto avendo sul territorio e in giro per l’Italia, pongono i cittadini. Lo è per molte ragioni.
Ecco alcune di quelle che mi convincono.
Lo è perché raggiunge un risultato equilibrato tra tutte le sue parti e migliorativo nel suo complesso. Migliora la qualità della rappresentanza, che con il nuovo Senato comprende anche gli enti locali, e quella delle leggi, con un procedimento legislativo più snello (quindi più rapido a rispondere ai bisogni) e più trasparente (quindi più comprensibile e controllabile dai cittadini). Ci sarà più coerenza tra l’indirizzo politico uscito dalle urne e più responsabilità nella divisione dei compiti tra stato e regioni: per cittadini e imprese, significa più chiarezza e più certezza di poter godere degli stessi diritti ed opportunità (penso al lavoro, alle infrastrutture, alla qualità ambientale ecc.) a prescindere da dove si vive. Con il nuovo Titolo V l’Italia fa tesoro del lungo lavoro della Corte Costituzionale e si attrezza per fare meglio con meno (meno conflittualità e meno burocrazia): qui sta il vero e più sostanzioso risparmio, che va ben oltre a quello, pur necessario, sui costi diretti della politica. Le regioni ben amministrate potranno richiedere più competenze e tutte loro potranno rappresentare la loro voce – non competendo, ma collaborando – dentro il cuore delle istituzioni e delle decisioni. Aumentano le garanzie costituzionali, come il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica. Crescono poi la capacità di decidere in tempi certi al pari dei contrappesi per il Governo (ecco l’equilibrio) che vede fortemente limitato l’uso dei decreti. Cresce quindi il ruolo del Parlamento e dei rappresentanti eletti dai cittadini. Lo saranno, con le modifiche che aspettiamo dalla legge elettorale, anche al Senato con l’indicazione diretta prevista dalla bozza Chiti su cui il PD ha trovato l’accordo. Al Senato, poi, nessun “dopo lavoro” ma un importantissimo luogo in cui comporre i conflitti tra livelli di governo in un ottica nazionale e, soprattuto, di coordinamento con l’Unione Europea (pensiamo al peso e all’importanza della legislazione comunitaria, come dei fondi strutturali). Infine, ci sarà più possibilità per i cittadini di far valere direttamente la propria voce: cresce la probabilità che i referendum abrogativi abbiano successo e si introducono nuove possibilità propositive; le leggi di iniziativa popolare non cadranno più in un cassetto (nè avranno bisogno del “proprio” deputato per essere prese in considerazione) ma sarà obbligatorio discuterne.
Insomma, se vincerà il Sì un cambiamento effettivo ci potrà essere: non così, “tanto per cambiare”, ma per migliorare nel concreto la vita delle persone. Se prevarrà il No, nessuno tsunami ma semplicemente la certezza che tutto rimarrà com’è, per chissà quanto tempo ancora.
Una costituzione, lo ripeto spesso, non è solo un atto giuridico ma è soprattutto un atto politico: per questo ha una natura programmatica. Questa campagna elettorale è già stato un grande momento di democrazia. Sono certa che anche dal 5 dicembre, potremo serenamente tornare al lavoro per una Italia migliore e per le generazioni che verranno.

X