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Lo scorso 6 febbraio ha avuto inizio l’esame nelle commissioni Cultura e Lavoro di una proposta di legge sulle scuole di montagna, piccole isole e territori a bassa densità.
I bambini che risiedono in questi territori insieme alle loro famiglie sono infatti molto sfavoriti da questa condizione: è molto più difficile per loro avere un percorso didattico continuo e profittevole, al pari dei loro omologhi di pianura, a causa dei lunghi periodi in cui restano senza docenti o senza personale ATA in attesa che qualcuno accetti l’incarico. Bisogna quindi trovare il modo di incentivare l’insegnamento e la permanenza lavorativa in quelle sedi favorendo chi accetti gli svantaggi che ne derivano.

Questo è particolarmente importante sotto due aspetti: da un lato perché l’Italia è composta per il 72% da piccoli comuni e, fra questi, il 60% possiede almeno un plesso di scuola primaria e secondaria di primo grado; questi svolgono un ruolo fondamentale per mantenere quelle comunità attive e vitali, contrastando lo spopolamento e il conseguente degrado sociale, ambientale ed economico. In futuro, la gran parte di loro potrebbe inevitabilmente chiudere per il taglio delle cattedre e la chiusura delle classi. Dall’altro lato, vi sono diritti come quelli sanciti agli artt. 33 e 34 della Costituzione che, fatte salve le competenze delle Regioni, non sono “regionalizzabili”: non è accettabile, cioè, che possano essere frammentati sul territorio nazionale e godibili in maniera profondamente differente a seconda del luogo di residenza. Per questo è importante ragionarne all’interno di una legge nazionale che garantisca in maniera uniforme diritto allo studio e pari opportunità per gli studenti. Il lavoro nelle due Commissioni servirà precisamente a definire quest’azione, sia sotto il profilo dell’istruzione che di quello occupazionale.

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