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Lo scorso 13 ottobre, ho potuto rappresentare la vicinanza della Camera dei Deputati, e in particolare della Commissione Lavoro, nella 63ma giornata per le vittime di infortuni sul lavoro, che ha coinciso con il 70mo anniversario dell’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati ed Invalidi del Lavoro). Un’occasione per ricordare chi ha perso la vita o è rimasto vittima di infortunio svolgendo la sua professione, e insieme per riaffermare la centralità dei diritti di ogni lavoratore. L’incolumità e la salute dei lavoratori sono valori primari per la società e la loro tutela deve essere interesse non solo del singolo lavoratore, ma di tutti. Ogni giorno, purtroppo, continuano a registrarsi infortuni, troppo spesso mortali, anche a causa di superficialità, negligenze o perfino complicità nel non garantire la sicurezza. Come anche sottolineato recentemente dal Capo dello Stato, non dobbiamo perciò abbassare la guardia, e il livello di controllo e contrasto deve rimanere altissimo.
Ma le leggi, lo sappiamo, da sole non bastano. Se crediamo che il lavoro sia davvero lo strumento che l’individuo ha per emanciparsi dal bisogno materiale ed essere pienamente e liberamente “cittadino” – come anche i padri costituenti hanno inteso, scrivendo l’art.1 della Carta – allora la qualità del lavoro è lo specchio della nostra società. Se vogliamo una società migliore, la via per costruirla non può che essere quindi un lavoro migliore e sicuro.

2013.10.13-ANMIL

Dalla prima manifestazione su questi temi, a Firenze nel 1951, molto è sicuramente cambiato: il lavoro stesso, innanzitutto, e i rischi ad esso connessi. Ma, attorno, è cambiata anche la società e, insieme ad essa, le leggi.

Ci sono stati nel tempo indubbi miglioramenti riguardo la sicurezza e la prevenzione per i lavoratori. Molto si è fatto, grazie particolarmente al Testo Unico del 2008 voluto dal Goveno Prodi. Altrettanto positivi, in questo senso, sono stati i nuovi protocolli di intesa e i piani operantivi che l’INAIL ha stretto con gli altri soggetti responsabili.

Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare: Innanzitutto i tagli agli stanziamenti e al personale addetto ai controlli hanno reso spesso difficile passare dalle parole ai fatti, in maniera certa e uniforme su tutto il territorio nazionale. In più, parti importanti della legge 81 attendono ancora i decreti attuatvi, rimasti ingiustificatamente sulla carta. Il Parlamento deve portare presto a termine questo impegno, senza ulteriori ritardi o timidezze.

In Italia, in media, 3 persone al giorno perdono ancora la vita sul luogo di lavoro. Dobbiamo impegnarci perchè questo numero scenda a zero.

Pur con una tendenza alla diminuzione, i dati continuano infatti ad essere impressionanti. Nell’ultima relazione annuale dell’INAIL presentata a luglio, sono ancora oltre 496mila le denunce di infortunio riconosciute e 790 i morti sul lavoro e in itinere. Se da un lato i morti sono in calo dell’8,78% rispetto il 2011 e di ben il 27% rispetto il 2008, sempre da 2008 ad oggi le malattie professionali sono cresciute del 51%. Dobbiamo per questo continuare a lavorare, promuovere, informare, vigilare.

Anche perchè nei numeri, spesso, si nascondono ragioni contrastanti, che rendono impossibile la ricerca di una soluzione unica. La diminuzione stessa degli infortuni, purtroppo, è spesso causa non già di una sicurezza accresciuta sul luogo di lavoro, ma della produzione che è diminuita in questi anni e, in definitiva, del lavoro che non c’è più. La Crisi economica è anche tornata ad allargare preoccupantemente il ricorso al lavoro illegale ed in nero, nel cui cono d’ombra gli obblighi sono facilmente aggirati e gli incidenti nascosti.

Il nostro impegno deve quindi concentrarsi in modo particolare nell’educazione e nella prevenzione. Ma, mentre facciamo questo, non dobbiamo dimenticare chi un infortunio, purtroppo, l’ha subito: per queste migliaia di persone, infatti, dopo il trauma fisico spesso si aggiunge ulteriore sofferenza e difficoltà enormi di dover cambiare la propria vita, a volte profondamente. La Crisi e il lavoro che non c’è, lo abbiamo detto, sono fra le cause paradossali della diminuzione degli infortuni. Ma se da un lato il lavoro manca per le persone abili, figuriamoci le difficoltà che può incontrare una persona disabile nel cercare un nuovo impiego. Per questo dobbiamo sostenere e facilitare il reinserimento, consapevoli che quando si allevia il disagio di chi ha sofferto e soffre per le conseguenze di un trauma, significa anche dare una mano alla sua famiglia, spesso lasciata troppo sola dallo Stato e dalla comunità.

In questo senso, mi è sembrata particolarmente toccante, oltre che molto significativa, l’opera che, per questa occasione, ha avuto come palcoscenico molti monumenti in giro per l’Italia, tra cui anche Piazza Galimberti. La statua di Barbaroux è stata infatti simbolicamente “cancellata” , così come (per usare le parole dell’artista, Franco Scepi) “l’indifferenza, il disinteresse, l’insensibilità, la disattenzione, la noncuranza, la trascuratezza, la superficialità, la distrazione, la sbadataggine, la negligenza generale verso il valore della vita delle vittime del lavoro” cancellano tristemente troppi volti e troppe storie.

Con l’impegno e l’attenzione di tutti – che siano di stimolo e supporto innanzitutto a chi come noi opera nelle associazioni o nelle istituzioni – vogliamo che non sia più possibile non vedere e non fare.

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