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Domenica 19 febbraio ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, durante la quale Matteo Renzi ha rassegnato le proprie dimissioni da segretario, mentre altri hanno dichiarato, alla fine, che usciranno dal Pd.
A volte capita che gli scenari peggiori, a forza di parlarne invece che di occuparsene, si avverino. È accaduto un po’ così con la scissione del Partito Democratico. A forza di guardarsi dentro invece che fuori, a forza di ripetere stancamente i punti di scontro invece di lavorare su quelli di incontro, è successo.
Pierluigi Bersani, Roberto Speranza, Enrico Rossi e con loro un numero non ancora identificabile di parlamentari, dirigenti, amministratori e militanti, lasceranno il Pd, il partito che hanno contribuito a fondare e a portare al governo del paese. Già questa dovrebbe essere una contraddizione in termini: abbandonare la casa che con fatica si è costruita, è qualcosa che dovrebbe accadere solo di fronte alle più gravi disgrazie.
Eppure io non vedo disgrazie. Vedo, sì, eventi d’importanza capitale per il Pd e per il Paese. Uno di questi è certamente stato l’esito del referendum del 4 dicembre. L’altro, conseguente, è la fine del governo Renzi. Tutto attorno, i dati sul lavoro e sul nostro debito pubblico, che continuano a chiederci soluzioni.
Ma niente di tutto ciò mi sembra avere caratteristiche tali da provocare una spaccatura del genere tra di noi. Mi sembrano, certamente, motivi per cui mettere in discussione una leadership; motivi per riflettere sul rapporto fra il Partito ed il Paese; motivi per discutere tutti insieme al Congresso di come ricostruire una speranza e una visione progressiste. Parlo di dialogo perché è il modo in cui abbiamo lavorato, tutti assieme, dal 2013 in poi. Non su tutti i provvedimenti siamo stati d’accordo con governo, ma su tutto abbiamo sempre discusso, raggiunto una mediazione e portato avanti i temi cari al Pd in tutti i campi, dall’occupazione, all’istruzione, ai diritti.
Solo insieme i progressisti possono continuare a cambiare qualcosa in questo paese. Per questo spero che tutti coloro che in questi giorni, in queste ore, sono indecisi se rimanere o meno nel Partito Democratico, scelgano di mettere da parte gli asti degli ultimi mesi e di condividere, tutti insieme, un percorso congressuale che serve proprio a porre domande nuove, e a cercare collettivamente delle risposte.
Credo che questi ultimi anni siano serviti molto al Pd, e che sia arrivato il momento di imparare dai nostri errori e di affrontare le prossime sfide con ciò che forse troppo spesso abbiamo messo da parte: le persone ed i valori. Non siamo un partito di petrolieri, come ha detto qualcuno, ma è la nostra gente quella da ascoltare per prima per individuare i problemi e pensare alle soluzioni. Non possiamo più inseguire le chimere populiste, ma tornare avere per bussola il principio di uguaglianza e diritto alle pari opportunità.
Sono questi i due punti che terrò con me durante questo percorso congressuale, perché solo così il Pd può di nuovo capire ed essere capito.

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