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Dare un senso a queste ore è una delle cose più difficili che mi siano mai capitate: il travolgimento mediatico, la fretta, la delusione di guardare in faccia lo sgretolarsi del Partito così come lo conosci e in cui, tra mille difficoltà, credi da anni rende complicata qualsiasi riflessione.

Leggendo le analisi degli osservatori, un termine emerge in queste ore più degli altri: scissione. Quella temuta o auspicata del PD come, in senso più ampio, quelle che danno la cifra delle ultime settimane.

Una prima è individuata nelle distanze profonde, innanzitutto, fra due anime che si dice abbiamo costituito una somma che non è mai giunta ad un risultato.
Poi c’è una seconda scissione, acuitasi tra base e dirigenza, che ha visto molti degli elettori contrariati e storditi dare vita a forti di reazioni; ad indicare però, ancora una volta, la vita interna e partecipe di questo martoriato PD, introvabile (forse impossibile) altrove.

Infine, forse, un terzo definitivo allontanamento tra due sinistre spesso divise in questi vent’anni: la prima è quella che mobilita e organizza energie per costruire un “contropotere” democratico nella società, da opporre al “potere” costituito dello Stato, del mondo economico e finanziario, delle élites. La seconda è quella   “istituzionale” che, accanto ad alcune esperienze positive, ha però anche significato una versione nostrana di quel “pensiero-debole” (prestito del laburismo inglese di Blair) secondo cui il sistema capitalistico di mercato è dato così come si presenta, inevitabile e, in fondo, efficiente; bisogna quindi identificare tutta la propria azione col Governo per “accerchiare” quegli stessi poteri costituiti, accettarne i comportamenti e rassicurare così elettori e mercati internazionali della capacità di tutelare, anche da sinistra, i loro interessi in cambio di un po’ di riforme sociali.

Secondo ognuna di queste tre “scissioni” può essere letta la contrapposizione tra i candidati al Colle di queste ore, a partire dal primo scrutinio: Stefano Rodotà, promotore dei diritti civili e attivo nei movimenti, come testimone della prima sinistra; Franco Marini, cattolico, uomo del compromesso sindacale ed ex seconda carica dello stato, come rappresentante del secondo schema. Nel primo caso, si vede l’intento di segnare un punto come parte politica e sociale; nel secondo quello di aprire un tavolo di trattativa per uscire dallo stallo numerico del Parlamento in tempo per la riapertura settimanale dei mercati.

Sulla base di questa contrapposizione si sono armati e scontrati nell’urna i nostri Dottor Stranamore, ultimi eredi di queste visioni del mondo e della politica divise nella sinistra, che hanno messo in campo le loro “armi-fine-di-mondo” con esito per gli uni e gli altri distruttivo.

Di fronte l’azione coperta dei franchi tiratori ci siamo chiesti: perché accettare di sacrificare in un colpo l’intero Partito, la credibilità e la legittimazione duramente conquistate (e comunque non già in salute dopo la batosta di febbraio), l’impegno di tanti giovani donne e uomini, insieme alla difficile quanto seria prospettiva di cambiamento di cui eravamo portatori? Perché questa cieca violenza? La risposta sembra tristemente una: si era arrivati, per i protagonisti, alla resa dei conti. L’ultima che sarebbe stata per loro possibile.

Tuttavia, proprio quelle tre “scissioni” con cui ci si ostina a leggere passaggi ed esiti futuri di questi giorni, sembrano inadatte e forse non più capaci di dire nulla sul futuro della sinistra e di tutti noi. Nascondono infatti alla vista la vera, nuova cesura che si è aperta: quella, tra la classe dirigente che oggi con loro finisce, incapace di mediare mobilitazione e Governo, e quella che s’insedia proprio con l’intenzione di unire queste due dimensioni. Una nuova classe dirigente che già c’è sui territori e a livello nazionale; donne e uomini di una generazione politica diversa che, lungi da avere di fronte un cammino semplice o definito, ha già mostrato di possedere gli strumenti per muoversi trasversalmente a divisioni ormai senza più significato, mostrando capacità di coesione, collegamento e innovazione. Una prova subito data in occasione dell’elezione di Grasso e Boldrini alle presidenze di Camera e Senato.

Nella partita per il Quirinale, però, ci si è scontrati con l’artiglieria più pesante, da vent’anni lì accumulata per la battaglia finale. Le forze in campo hanno imposto una prima, dura prova del fuoco, che ha lasciato su quelli di noi alla prima esperienza molte ferite.

Lascio stare le lunghe e numerosissime email, le incomprensioni, gli insulti con cui molti si sono riappropriati violentemente (e senza distinzioni) di quel rapporto diretto elettori-eletti che, significativamente, almeno noi abbiamo riconquistato grazie alle Primarie per i parlamentari.

Non lascio invece cadere le parole della ex Presidente Bindi, che in un’intervista a SkyTg24 oggi liquidava l’irresponsabilità dei 101 franchi tiratori contro Prodi come causata dall’inadeguatezza dei nuovi eletti. A tal proposito, credo sia servita invece molta pratica delle logiche di corrente e delle tecniche parlamentari per architettare quella trappola, dietro l’ambivalenza fra quanto votato la mattina all’assemblea dei Grandi Elettori e quanto invece depositato nell’urna. Aggiungo che tali frequentazioni devono essere certo state tanto assidue e di lunga data, tanto da non permettere ai protagonisti di avere contatto diretto con l’opinione della base sui territori: diversamente, avrebbero potuto sentire come noi quanta e quanto profonda sia l’indignazione della nostra gente per la responsabilità e il danno che il loro gesto ha scaraventato su tutti.

Tutto ciò che posso veramente testimoniare, dei capovolgimenti di questi giorni, è quanto le cose non siano bianche o nere, schematiche, semplici come i molti che mi hanno scritto sembravano percepire.

Marini, politico di grinta e qualità, faceva indietreggiare di molto la proposta di Governo del cambiamento e molti di noi, apertamente, non l’hanno sostenuto di fronte al Partito e nel voto.

Viceversa, Rodotà non è mai stato un candidato eleggibile da questo Parlamento; una certezza ancora più evidente a quanti di noi hanno lavorato per verificare, laicamente, le possibilità di sostenerlo. Una condizione non certo dovuta al profilo personale, ma per la totale impossibilità di rappresentare percorsi di condivisione. Certo una grossa responsabilità è a carico del Partito Democratico: tuttavia, spetta a quella stessa parte del Partito che è stata capace di pugnalare il fondatore dell’Ulivo e primo presidente del PD, unico ad aver sconfitto due volte Berlusconi, uno di loro e di noi. Se già capaci di tanto, una candidatura portata di fatto dall’esterno (colpevolmente, se si vuole) come quella di Rodotà avrebbe offerto loro solo maggiori giustificazioni per la medesima sorte, e non avrebbe avuto scampo.

La verità è che se avessimo avuto i numeri per eleggere Rodotà avremmo avuto i numeri per eleggere Romano Prodi. Ed è però vero, altrettanto, che così come noi motiviamo dolorosamente “Perchè no Rodotà?”, i 5stelle non hanno mai risposto alla domanda: “Perchè no Prodi?”. Eppure entrambi i nomi comparivano nella lista dei 10 candidati usciti dalle loro Quirinarie e molti esponenti del Movimento hanno più volte dichiarato, come criterio per valutare o escludere un candidato, valere solo l’essere o meno in quell’elenco. Neppure si può dire fosse un problema di graduatoria, visto che nella conferenza stampa di oggi a precisa domanda su quanti voti abbia raccolto Rodotà nella consultazione web, Beppe Grillo ha risposto di non saperlo.

Quel che è certo è che nessuno squadrone di franchi tiratori, per quanto ben nascosti e meglio armati, avrebbe retto se il M5S avesse votato per il Professore, confermando di volere un “Presidente di tutti” (Grillo, ANSA 21 aprile) e di non volere l’inciucio. Ha invece dimostrato di anteporre con astuzia e cinicamente il proprio fine dichiarato – la distruzione dei partiti – alla possibilità di costruire con quelli volenterosi tra noi il vero Cambiamento, per aggredire la Crisi sociale e politica. Il Movimento, cresciuto dietro la denuncia di PDL e PD-meno-elle come facce della stessa medaglia, non ha potuto fare a meno di mantenere in vita la ragione della sua stessa opposizione: appunto “l’inciucio”.

La spaccatura del PD, in cui metà partito votasse Rodotà, avrebbe avuto precisamente e solo questo esito: Annamaria Cancellieri sarebbe stata eletta con i voti di Monti, Berlusconi e Lega; partiti che avrebbero avuto gioco facile nelle successive consultazioni per il Governo nel trovarsi senza un interlocutore (e un contrappeso) nella sinistra, a quel punto frantumata fra l’opposizione-comunque dei 5stelle e quella de facto della pattuglia Sel-PD, uscita però debole dalla sconfitta Rodotà.

Anche qui, senza che siano le singole personalità candidate a determinarlo, ma il candidato che avrebbe definitivamente riportato la palla in mano a Berlusconi non è Napolitano, come poi si è detto: Berlusconi sarebbe tornato unico protagonista sulla scena con l’elezione di Annamaria Cancellieri, favorita dal fallimento di Rodotà, con Monti e gli ultras-PD delle larghe intese nobilitati a comprimari.

Napolitano non ha rappresentato la soluzione inizialmente auspicata e certamente si è speso in questi cinquanta giorni per la governabilità; almeno altrettanto, però, quanto si è impegnato in tutto l’anno passato per richiedere a tutti le riforme istituzionali, politiche ed elettorale; a differenza di un candidato, come avrebbe potuto essere la Cancellieri, espressione di una maggioranza prevalente di centrodestra, è lui oggi il vero e forse unico attore super partes disponibile sulla scena, in questa drammatica emergenza. I meriti di un settennato complesso e fino a ieri unanimemente apprezzato non possono ora scomparire per l’opportunità di brandire un cartello in piazza.

Napolitano è parso così l’ultimo garante di una fuoriuscita dal pantano che si era creato, pur ripiombando tutti nella ferocia delle soluzioni che rimandano i problemi. Il nuovo Presidente della Repubblica proseguirà nel solco tracciato per una nuova legge elettorale e poi, nel pieno dei poteri, scioglierà le camere e si andrà al voto. Lì il confronto deve ricominciare in una nuova fase per il partito e per il paese.

A tal proposito, il voto favorevole chiesto ai Grandi Elettori per acconsentire alla sua ricandidatura, in nessun modo è stato e potrà essere inteso come un via libera parallelo alle larghe intese, per le quali ero e resto profondamente contraria. In queste ore si è già aperto il dibattito per individuare chi dovrà raccogliere queste posizioni all’interno del partito e portarle adeguatamente nelle Consultazioni che si apriranno.

Non so cosa succederà. Nell’eventuale ritorno alle urne, sicuramente mi rimetterò ancora a disposizione per provare a ricominciare ancora una volta da capo, perché non posso che sentire la responsabilità di non arrendermi, nonostante l’enorme fatica per un’eredità altrui addossata su noi giovani da chi ci ha preceduto, e che a noi tocca ora passare al riscatto.

Dovremmo cambiare modo con cui orientarci in questa realtà cercando di far si che la politica di fronte ai problemi non sia il soggetto debole inerme in balia degli eventi, ma che trovi le risposte, la via intorno ad un vero progetto. Le crisi che escludono la politica non hanno vie d’uscita indolori come si vuole far credere.

Spero che la base di quel partito – in cui ho creduto e a cui sento orgogliosamente di appartenere, a maggior ragione per le nuove responsabilità a cui sono momentaneamente chiamata – resista e cerchi con la tenacia di sempre, ancora una volta, soluzioni che non cedano a quel desiderio di protagonismo che in questi giorni ha spaccato la sinistra in tanti pezzi e che ora ci costringe a rincollare.

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