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Care tutte, cari tutti,
i fatti di Parigi sono tornati a sorprenderci nelle nostre case, a scuoterci e a commuoverci. I seguaci dell’Isis colpiscono a nord, nel cuore della civiltà europea moderna.
Nel frattempo, a sud, una nuova offensiva di Boko Haram ha provocato oltre duemila morti.
In tutti i casi, si tratta di vittime innocenti di una barbarie che va fermata. Anche l’Occidente ha le sue responsabilità per la nascita e la crescita recente dello Stato Islamico. Questo è però il momento dell’unità e della fermezza: non solo sul campo, ma innanzitutto nel non smarrire ciò che la società europea è e rappresenta. Cioè proprio quello che i jihadisti vorrebbero distruggere: un pezzo di mondo con molti problemi e diseguaglianze, che è però anche luogo di diritti, di dialogo, di democrazia, di mescolanza.
A Parigi i morti provenivano da 14 Paesi: Francia, Algeria, Belgio, Gran Bretagna, Cile, Germania, Messico, Marocco, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Tunisia, Usa e, purtroppo, anche Italia.
Mentre scrivo, è da poco partito l’attacco dell’aviazione francese sul quartier generale di Raqqa, nel nord della Siria. Sappiamo però che la sola forza non basterà. Il nostro impegno non potrà essere solo all’esterno, ma – di fronte ad attentatori che spesso appartengono alle seconde o terze generazioni di cittadini europei – deve essere anche dentro l’Europa stessa.
Per questo, l’impegno per l’integrazione non deve essere indebolito, ma rafforzato. Serve una strategia di prevenzione del radicalismo che coinvolga tutti gli attori sociali insieme alle comunità musulmane. L’uso della forza, forse inevitabile, da solo comunque non basterà. Quella al fondamentalismo è infatti una guerra anomala, che si combatte su più terreni e con armi diverse: insieme ad un forte intervento internazionale, che auspico unitario, va stretta una alleanza con il mondo musulmano moderato, largamente rappresentato anche nei nostri Paesi. L’estrema destra ha subito approfittato della tragedia per rinfocolare lo stesso odio che fa il gioco dei terroristi, dimenticando che i rifugiati sono in fuga dagli stessi nemici che ora colpiscono noi. Il loro obiettivo è creare una frattura profonda e insanabile nella società europea, alimentando un il sospetto e la paura per farci tornare indietro proprio su quei terreni di civiltà e di diritto che dicono cos’è l’Europa, cosa siamo noi. Dobbiamo invece saper distinguere tra chi è un pericolo da chi è in pericolo, trovando la forza di non chiuderci e di essere uniti nella lotta ad ogni fanatismo. Non possiamo dargliela vinta, abbiamo il dovere di restare umani.
Fortunatamente, come in occasione dell’attacco a Charlie Hebdo c’è stata una reazione forte e spontanea dei cittadini europei. Anche a Cuneo ci siamo ritrovati davanti al Municipio per accendere una candela in ricordo delle vittime e per far arrivare il nostro cordoglio alle famiglie. La paura è grande, ma è anche da queste risposte spontanee che viene la speranza.
L’articolo di Valeria aveva un titolo bellissimo che, letto oggi, suona ancora più forte e toccante: “Allez les filles, au travail!”.
Per onorare la sua memoria e quella dei tanti come lei, il nostro lavoro ritrova un senso ancora più profondo e carico di responsabilità.
Un abbraccio a ciascuno di voi.
Chiara

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