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La risoluzione dei quattro istituti di credito, operata con il decreto “Salva banche”, è stato certamente uno dei punti di maggiore dibattito politico delle ultime settimane. La parte finale dell’esame della Stabilità alla Camera si è così incrociata con la mozione di sfiducia per il Ministro Boschi.
La richiesta di dimissioni è stata strumentale perchè non supportata dai fatti.
Il Ministro ha spiegato bene in aula le ragioni (vedi video). La mozione è stata quindi bocciata dalla ragione prima ancora che dai numeri.
Sono “fatti”, invece, il milione di correntisti e obbligazionisti messi al sicuro dall’operazione, per un controvalore di 12 miliardi; le circa 200.000 piccole e medie imprese, commercianti e artigiani che dispongono di fidi e aperture di credito presso queste banche e che dall’oggi al domani; così come reali sono gli oltre settemila posti di lavoro salvati, di cui mille nell’indotto.
L’alternativa al salvataggio sarebbe stata la liquidazione delle banche con danni gravissimi non tanto per gli istituti, già compromessi, ma per cittadini ed imprese. Solo un numero, per capire l’ordine di grandezza: in caso di liquidazione, sarebbe stata richiesta la restituzione dei crediti messi a disposizione sul territorio per un valore superiore a 10 miliardi di euro.
I 12500 sottoscrittori di obbligazioni subordinate, specie se inconsapevoli, saranno tutelati. C’è l’impegno e ci sono gli strumenti per farlo. Questo non deve distrarre dai danni catastrofici che sono stati evitati e, semmai, ci ricorda come molto di più debba essere – e andrà – fatto per aumentare la tutela e la consapevolezza. L’idea che viene dallo stesso presidente dell’ABI Patuelli – quella di scrivere sui moduli prodotto finanziario ad alto rischio, come sulle sigarette – non mi pare alla fine così provocatoria.

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