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Dopo l’approvazione in Senato e il nuovo passaggio in Commissione Cultura della Camera, questa settimana il provvedimento sulla Scuola sarà in Aula per il via libera definitivo. Molti i punti di avanzamento dal testo iniziale, grazie soprattutto al contributo dei due rami del Parlamento, che hanno tenuto conto anche di istanze emerse con forza nelle numerose consultazioni. Altri aspetti – come quelli riguardanti la didattica e i cicli – mi auguro possano essere meglio sviluppati in seguito, anche grazie a queste nuove basi (in particolare riguardo agli organici e con i nuovi investimenti, dopo l’epoca dei tagli che hanno falcidiato la scuola: circa 100mila assunti, 200 milioni per la valorizzazione dei docenti, quasi 4 miliardi per edilizia scolastica…). Quanto all’università, alla fine sarà cancellato l’emendamento alla delega PA che immaginava pesi diversi per le lauree conseguite in atenei diversi, sul quale ero molto contraria.

Scuola. La Camera aveva apportato, rispetto al testo del Governo, modifiche notevolmente migliorative; il Senato ha proseguito l’opera, svolgendo un ulteriore lavoro di miglioramento del testo.
L’obiettivo è stato per noi quello di far diventare realtà l’autonomia scolastica, rimasta sulla carta dopo la riforma Berlinguer. Cioè far sì che le scuole siano libere di essere quello che vogliono essere in rapporto con il proprio territorio e con il contributo di tutte le sue parti: docenti, studenti, dirigenti, operatori.
Per citare solo alcuni aspetti, nella prima lettura alla Camera erano stati ad esempio rivisti alcuni commi dell’ex articolo 2 del testo: era stato chiarito che è la singola scuola, sulla base delle risorse che avrà a disposizione, ad indicare di quali insegnanti ha bisogno per realizzare il proprio piano dell’offerta formativa. In una sola parola, appunto: autonomia. Con una riformulazione del comma 1, si era inoltre chiarito definitivamente che nell’organico dell’autonomia non esistono insegnanti di serie A e di serie B, poiché tutti concorrono alla realizzazione del piano dell’offerta formativa con attività di insegnamento, potenziamento, sostegno, organizzazione, progettazione e coordinamento.
Per quanto riguarda le ultime modifiche più importanti, una prima riguarda la composizione del comitato per la valutazione dei docenti: il numero di questi ultimi cresce da due a tre (di cui due scelti dal collegio dei docenti e uno dal consiglio di istituto) e viene aggiunto un componente esterno individuato dall’Ufficio scolastico regionale. E’ stata introdotta poi una norma che prevede che, al termine del triennio 2016-2018, gli Uffici scolastici regionali inviino al Ministero una relazione sui criteri adottati dalle istituzioni scolastiche. Sulla base delle relazioni ricevute, un apposito Comitato tecnico scientifico, nominato di concerto con le parti sociali e le rappresentanze professionali, predisporrà le linee guida per la valutazione del merito dei docenti a livello nazionale.
Un’altro punto meno citato, nei resoconti stampa, è relativo alla riduzione del numero di alunni e di studenti per classe, già prevista nel testo approvato dalla Camera: si precisa che essa può essere disposta dal dirigente scolastico anche in rapporto alle esigenze formative degli alunni con disabilità.
Viene confermato inoltre il piano straordinario di assunzione a tempo indeterminato di oltre 100.000 docenti per l’anno scolastico 2015/2016 per le istituzioni scolastiche statali di ogni ordine e grado. Il piano prevede la copertura di tutti i posti comuni e di sostegno dell’organico di diritto, rimasti vacanti e disponibili all’esito delle operazioni di immissione in ruolo effettuate per il medesimo anno scolastico. Per l’anno scolastico 2015/2016, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è poi autorizzato a coprire gli ulteriori posti di potenziamento previsti dalla legge. Pertanto, sono assunti a tempo indeterminato i vincitori e gli idonei del concorso del 2012 e gli iscritti nelle graduatorie a esaurimento.
Due importanti modifiche sono poi state apportate allo “School Bonus”: la prima con l’introduzione del cosiddetto fondo di perequazione, che prevede la destinazione del 10% delle erogazioni in denaro alle scuole con meno risorse; la seconda riguarda il tetto al credito di imposta, fissato nell’importo massimo di euro 100.000 per ciascun periodo di imposta.
Infine, si prevede il potenziamento della Carta dello studente, al fine di rendere meglio possibile l’accesso a programmi, beni e servizi di natura culturale, a servizi per la mobilità nazionale e internazionale, ad ausili di natura tecnologica per lo studio e per l’acquisto di materiale scolastico, nonché la possibilità di associare strumenti di pagamento attraverso il borsellino elettronico.
In generale, si è discusso molto (a proposito e a sproposito) dei dirigenti; a mio giudizio pubblicamente si è detto troppo poco dei docenti: è giusto valorizzarli con fondi specifici per la formazione e l’aggiornamento, perché spesso una “buona scuola” c’è già grazie al loro lavoro silenzioso. Anche per questo una buona valutazione può aiutare a far crescere tutti. Ma gli stipendi sono comunque troppo bassi e per questo anche noi chiediamo che avvenga quanto prima il rinnovo del contratto. Comprendiamo coloro che hanno manifestato in piazza nelle ultime settimane, lasciati fin qui troppo da soli dai governi precedenti.
La scuola non è di nessuno: è di tutti i cittadini. Anche di coloro che non votano, come molti degli studenti. La riforma dev’essere innanzitutto per loro perché sono il nostro futuro. Anche per questo, non dovrà concludersi qui.ù
Università. Alla fine è arrivato il chiarimento, nelle parole del Ministro Madia (e grazie alle pagine della rinata Unità). Ma questo non cancella il fatto: l’emendamento Meloni alla Delega sulla PA, recentemente approvato in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, era profondamente sbagliato nei presupposti e negli esiti.
Nei presupposti, perché – come ha correttamente sottolineato la Rete Universitaria Nazionale – in questi anni “è stato messo in campo un ingente sforzo di risorse per immaginare un sistema di valutazione e accreditamento dei corsi di laurea. Se si vuole intervenire sulla qualità della didattica, il MIUR innalzi il livello dei criteri di valutazione dei corsi di laurea, per dare agli studenti migliori piuttosto che penalizzarli dopo aver offerto un servizio peggiore.”
Negli esiti, in quanto gli effetti di una simile norma, sia per gli studenti che per gli atenei, sarebbero stati contrari a ciò per cui dovremmo tutti lavorare: il miglioramento complessivo, diffuso ed uniforme della nostra università, come strumento per favorire un altrettanto complessivo, diffuso ed uniforme innalzamento delle competenze dei nostri studenti, lavoratori di domani.
Non sfuggono a nessuno le grandi diseguaglianze che ancora attraversano il nostro sistema universitario: principalmente da nord a sud, ma non solo. Mi chiedo pertanto come potesse venire una soluzione dall’aggiungere disparità a disparità. Tanto più portando queste ultime sotto l’ombrello istituzionale di una nuova, approssimativa prassi burocratica, con però tutte le caratteristiche della classica foglia di fico che scarica la responsabilità per corsi di studi inadeguati dallo Stato ai cittadini: il primo certifica l’esistenza di differenze quasi “naturali” sul territorio e si può impegnare un po’ meno per annullarle, perché tanto sono i secondi che sceglieranno. Non calcolando che, nella maggioranza dei casi, la scelta ancora oggi non avviene su criteri di merito ma di accessibilità e, in definitiva, di censo.
Un simile elitarismo è uno dei principi con cui la minoranza PD costruisce la propria proposta e la traduce nella azione parlamentare? Credo che in primis molti esponenti di quell’area avrebbero da ridire in proposito, d’accordo con noi. Forse, però, servirebbe più chiarezza anche sulle basi su cui ci si aggrega, anche nell’opposizione interna, e sugli obiettivi che si vuole conseguire. Ne guadagnerebbe il dibattito, ma sopratutto si eviterebbero possibili pasticci come questo.
Ora, bisogna aspettarsi che alle parole del Ministro seguano i fatti, attraverso la cancellazione da parte governativa di questa misura.

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