Seleziona una pagina

L’importanza del referendum non è chiara solo dall’Italia, ma sempre più anche fuori dai nostri confini nazionali. A volte, immersi come siamo nel dibattito nostrano, è possibile perdere di vista alcuni elementi essenziali che possono essere più facili da fuori.
Per provare a capire come si legge la Riforma da “fuori” ho chiesto a Nicoletta Perlo, Maître de conférences (professore associato) di diritto pubblico comparato all’Université Toulouse I Capitole, in Francia, di provare a raccontarcelo. Ecco cosa mi ha scritto:
“Vista dall’estero, la riforma costituzionale per cui andremo a votare il 4 dicembre è non solo una buona riforma, ma una riforma attesa.”
Attesa, prima di tutto, per quanto riguarda la fine del bicameralismo perfetto. La fine di un Senato a immagine e somiglianza della Camera dei Deputati e l’inizio di un Senato che dà voce al regionalismo sono le evoluzioni naturali di ogni organizzazione statale fondata sul riconoscimento dell’autonomia territoriale. Persino la Francia unitaria e centralizzata si è dotata, già nel 1958, di un Senato che rappresenta le autonomie. I senatori francesi sono dei rappresentati dei territori, eletti indirettamente da un collegio formato da rappresentanti locali. L’evoluzione della prassi costituzionale francese ha fatto si’ che il Senato diventasse, in diverse occasioni, un contro-potere, in grado di assolvere una doppia funzione, quella di Camera di riflessione e di rappresentante delle istanze locali. E’ molto probabile che il nuovo Senato italiano segua questa evoluzione, tanto più che le autonomie italiane sono molto più forti e radicate e i rappresentanti locali esercitano responsabilità più importanti rispetto agli omologhi francesi.
Il procedimento legislativo sarà inoltre fortemente razionalizzato dalla riforma. Al contrario di quello che i sostenitori del NO affermano, la riforma restituisce valore al Parlamento. Se il ruolo legislativo del Governo ha preso l’importanza che conosciamo attraverso la decretazione di urgenza, è perché il procedimento legislativo ordinario non permette di adottare le leggi in tempi ragionevoli. Una nuova Camera dei Deputati, dotata di una competenza generale e capace di legiferare in modo più snello, rafforza il ruolo non del Governo, ma del Parlamento. Tanto più che la riforma prevede di istituzionalizzare il ruolo e le competenze dell’opposizione parlamentare. Anche in questo l’Italia segue una tendenza comune ad altre democrazie. In Francia, la riforma costituzionale del 2008 ha riconosciuto nuovi poteri alle minoranze parlamentari al fine di equilibrare il netto predominio di un Presidente della Repubblica che conta sull’alleanza di un governo e una maggioranza parlamentare stabili. In Italia, il rischio che l’esecutivo acquisti lo strapotere che ha in Francia non c’é. Non c’è perché il nostro rimane un sistema parlamentare e non diventa presidenziale. Quello che cambia è che si dà la possibilità a chi è stato eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini di governare per cinque anni, in modo da realizzare gli obiettivi politici annunciati.
La stabilità di un governo realizza la democrazia e non la offende. I cittadini hanno il diritto di essere governati da coloro che hanno scelto direttamente attraverso il voto. Grazie al riconoscimento di diritti particolari all’opposizione parlamentare, l’operato della maggioranza, durante i cinque anni di governo, sarà sottoposto a un controllo costante e costruttivo. Le forme della democrazia diretta contribuiscono anch’esse a limitare la maggioranza e a introdurre un sistema di dialogo tra cittadini e legislatore. La riforma anche su questo punto era attesa: il nuovo referendum abrogativo permetterà di dare voce alle richieste di 800 000 elettori, senza più il rischio che gli sforzi di tanti siano annullati dalla regola del quorum. E anche l’iniziativa popolare diventa finalmente uno strumento concreto ed effettivo di partecipazione dei cittadini alla vita legislativa e politica.
La riforma italiana da vita a un sistema molto attento quanto al rispetto dei pesi e contrappesi necessari per frenare le tentazioni autoritarie. Se comparato con un Paese come la Francia, ad esempio, l’Italia, sarà dotata di un sistema di contro-poteri molto più articolato.
Molto attesa è anche la riforma della ripartizione delle competenze tra Stato e regioni. I criteri e le norme fissate nel 2001 hanno fatto prova non solo di confusione e inefficacia, ma anche di pericolosità. Com’è possibile che lo Stato non possa intervenire a disciplinare materie attribuite alle regioni quando l’interesse nazionale lo impone? Come possono essere tollerate delle disparità sostanziali tra le diverse regioni in ambito sanitario, educativo, ambientale, culturale? La riforma attuale non inventa nulla. Prende atto e traduce in norme la maggior parte delle soluzioni elaborate in questi anni dalla Corte costituzionale per riparare i danni provocati dalla cattiva revisione costituzionale del 2001. La riforma del Titolo V è una modifica fondamentale, necessaria al fine di garantire l’eguaglianza sostanziale dei territori.
L’Italia è pronta per questa riforma perché lungo è stato il tempo della riflessione su questi temi, dibattuti a partire dalla fine degli anni 80. A chi, sfiduciato, dice che la riforma istituzionale non puo produrre effetti se non è preceduta da una riforma più profonda, culturale e politica, rispondo che in quanto insegnante, in quanto costituzionalista, in quanto cittadina, sono profondamente convinta che il diritto, le norme possono cambiare anche profondamente la società civile e politica. Una riforma delle istituzioni come questa puo riuscire ad innescare nuove dinamiche ed alterare equilibri politici vecchi e cristallizzati. La nostra Costituzione del 1948 è stata capace di trasformare una società fascista in una società repubblicana, le istituzioni autoritarie in istituzioni democratiche. Questa riforma saprà rinnovare le istituzioni, rinnovando cosi il valore e la forza del nostro sistema politico e costituzionale.

X