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Lo scorso 7 settembre, il ministro Kyenge ha partecipato a Saluzzo al tavolo con amministratori e rappresentanti del territorio sul del problema dei migranti e del lavoro stagionale.
Un bilancio positivo, sia sul piano operativo che per il suo valore simbolico.

Il Ministro ha preso l’impegno di invertire decisamente la rotta rispetto al passato: il caso di Saluzzo sarà da subito parte integrante di un coordinamento ministeriale, che opererà finalmente all’interno di un’unica Strategia nazionale. Con questo nuovo strumento, da una parte potranno essere meglio reperite e più efficacemente indirizzate le risorse; dall’altra, ciascun attore istituzionale avrà una responsabilità chiara, di cui dovrà rispondere davanti al Governo e ai cittadini.

La visita di Cécile Kyenge è stato un passaggio fondamentale, che si aggiunge al lavoro di questi mesi per una soluzione efficace e duratura del problema. La presenza del Ministro, oltre al valore simbolico, ha significato operativamente la presa in carico del problema da parte del Ministero, così come avevamo chiesto; inoltre, ha riaffermato che tutti i livelli istituzionali devono fare la loro parte sentendo ognuno la responsabilità della risposta. Per questa ragione è stata particolarmente grave l’assenza della Provincia e della Regione al tavolo. Particolarmente significativo, invece, il contributo dato dai migranti stessi: purtroppo non è stata possibile una visita al campo per ragioni di sicurezza, viste le manifestazioni di gruppi della destra estrema e xenofoba; una decisione presa a tutela del Ministro e dei migranti stessi. Appena informati, però, abbiamo subito lavorato perché almeno una rappresentanza di loro potesse partecipare in sicurezza all’incontro: ci hanno potuto così raccontare con le loro parole le difficoltà di questi mesi, aiutando a porre sul tavolo con ancora più forza e urgenza le loro esigenze. Grazie a questo oggi siamo in condizioni di agire meglio rispetto a come siamo partiti. Sappiamo che il difficile viene ora. È ora necessario continuare un lavoro di squadra in cui ciascuno svolga la sua parte, affrontando con serietà e serenità ciò che non ha funzionato e ciò che può funzionare meglio, per arrivare al prossimo anno in condizioni diverse rispetto al passato. Il bilancio vero e proprio si potrà fare allora.

Gli errori che vengono dal passato, purtroppo, sono molti. Il più grave è stato sicuramente lasciare i Comuni e gli operatori sul territorio drammaticamente soli, da parte delle istituzioni ai vari livelli (dal provinciale al nazionale). Così – mentre il fenomeno incrementava anno dopo anno almeno quanto le risorse degli Enti locali venivano tagliate – la disorganicità degli interventi li ha resi spesso parziali e mai risolutivi, nonostante gli sforzi di tanti. In queste condizioni, si è cercato quantomeno di contenere la situazione entro limiti minimi di dignità, dati i mezzi insufficienti. Ma in futuro bisognerà fare di più.

Sul piano generale, questo caso ci dimostra come negli ultimi anni si sia purtroppo innescata una “guerra tra poveri”; questo anche perché i poveri, con la Crisi economica, sono drammaticamente aumentati: basta guardare solo gli ultimi dati Caritas, che a Cuneo vedono una escalation dei problemi occupazionale (+11%), abitativo (+16%) e di povertà in senso stretto (passato dall’80 al 97%!), registrata fra il 2009 e il 2013 tra chi si reca al Centro d’ascolto cittadino. Questo conflitto, va detto, ha un’origine precisa nelle politiche della destra, al governo otto degli ultimi dieci anni, che non ha affrontato – e in qualche caso ha favorito – l’aumento a dismisura delle diseguaglianze: la maggioranza della popolazione si trova oggi a dover dividere una coperta sempre più stretta, mentre una piccola minoranza è diventata sempre più ricca.

Nel caso dell’immigrazione, tuttavia, nulla è più ingannevole e dannoso di questa “guerra di popolo” tra migranti e italiani: l’Italia e l’Europa hanno un vitale bisogno del contributo dei migranti regolari, il cui lavoro costituisce già oggi il 12% del PIL nazionale. Viviamo in un continente in cui l’aspettativa di vita fortunatamente aumenta, ma dove le nascite
crollano. La Commissione Europea stima che, a trend invariati, entro il 2050 il 51% della
popolazione sarà in pensione, mentre gli europei in età lavorativa diminuiranno di 48 milioni. Questo cambiamento demografico, se non governato, è destinato ad innescare mutamenti sociali profondi. La Commissione conclude che se non arriveranno 20 milioni di immigrati regolari nei prossimi anni, tutti i nostri sistemi previdenziali non potranno reggere. Esattamente il contrario di quanto proclama la destra. Il nostro Paese ha bisogno di crescere e trovare una strategia di uscita da questa Crisi, soprattutto occupazionale.
Solo capendo, però che redistribuzione e accoglienza sono, insieme, una strategia economica oltre che di giustizia sociale e di maggiore sicurezza, potremo costruire un futuro di comune benessere.

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