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Il 18 giugno sono intervenuta in Direzione Pd. Ci tenevo, perché credo fosse indispensabile rimettere al centro della discussione alcuni punti fermi del nostro essere comunità e dei nostri valori.
Non possiamo più permetterci che ognuno faccia opposizione in solitaria, non possiamo più permetterci che qualcuno si svegli la mattina e twitti la prima cosa che gli passa per la testa. Abbiamo di fronte a noi un governo di destra che sta cercando di farci uscire dall’euro: significa che non possiamo più perdere tempo a bisticciare fra di noi, né possiamo trascurare i temi fondanti della nostra comunità e sui quali non siamo abbastanza incisivi.
Il primo per me è il lavoro.
Sono d’accordo con il segretario che il lavoro deve essere la nostra ossessione. Senza nostalgie e senza strane voglie di fare tabula rasa rispetto alle riforme dei nostri governi, che stavano nel solco di ciò che il centrosinistra ha prodotto dal 96 a oggi. Qualità del lavoro, politiche attive, salari, equo compenso, tutele universali, è da questi temi che dobbiamo ripartire.
E dobbiamo ripartire dalle donne e dai loro diritti, messi sotto attacco ogni giorno da questo governo reazionario. Quelle donne che lavorano, le donne che protestano, le donne che vengono messe alla gogna per un cartello o per aver risposto male al ministro dell’interno, oggi vedono venire meno conquiste che non dovrebbero essere messe in discussione in nessun modo.
In Spagna le donne sono state la base della vittoria di Pedro Sanchez, perché hanno trovato un partito che difende i loro diritti senza tentennamenti. Possiamo farlo anche noi, ma solo se non ci chiuderemo a parlarne all’interno delle nostre mura. Stare dalla parte delle donne significa scrivere un modello di società paritario, in cui i loro volti e le loro proposte sono protagoniste non perché donne ma perché rivoluzionarie. Noi dobbiamo essere rivoluzionarie.
Per questi e per tanti altri motivi la risposta oggi non può essere dividersi, piuttosto ci serve rafforzare e rinnovare la nostra struttura, per essere radicali sì, netti, ma sul mondo che è là fuori!
Solo così potremmo avere la forza di farci protagonisti di un nuovo patto sociale, costruito su quella consapevolezza che ti permette di dire le cose come stanno a tutti senza rincorrere o temere di scontentare qualcuno.
Se non saremo in grado di costruire un grande PD non ci saranno coalizioni credibili ma solo la riedizione dell’unione ovvero di un modello che nessuno rimpiange. Io credo che l’Italia abbia ancora bisogno del Partito Democratico, ma solo se sarà un partito di governo, un partito plurale, un partito capace di scrivere un progetto nuovo per questo Paese.
Questa è solo una sintesi di quello che ho detto in direzione, ma spero possa essere uno spunto. Fatemi sapere cosa ne pensate o se lo condividete.

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