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Il 5 febbraio al Mise si è tenuto il tavolo per la Pernigotti. Luigi Di Maio non c’era: aveva promesso a quei lavoratori una legge ad hoc per il marchio, aveva sfruttato la battaglia contro l’azienda per la sua propaganda, ma mentre si scriveva l’ultimo atto di questa crisi d’impresa, Di Maio era in Francia a discutere con le frange violente dei gilet gialli.
Finite le dirette Facebook in mezzo agli operai sotto il ministero, finite le visite spot a Novi Ligure. La Pernigotti chiude, la proprietà turca metterà quel logo su cioccolatini prodotti altrove, non sappiamo ancora dove, i lavoratori vanno in cassa per “cessazione”, perché ancora non ci sono alternative per lo stabilimento. I somministrati semplicemente vanno a casa, con la disoccupazione. Novi Ligure perde un marchio storico, un marchio identificativo della città. E il governo non si fa più vedere, forse per la vergogna. Altro che dignità: quel decreto non è servito a niente.
Ai lavoratori di Novi, al suo sindaco e ai sindacati, oggi possiamo solo dire che noi non scompariremo. Continueremo a tenere alta l’attenzione su Pernigotti in Parlamento, seguiremo la regione Piemonte nel difficile percorso per reindustrializzare lo stabilimento. E continueremo a incalzare il Ministro Di Maio perché si assuma le sue responsabilità o lasci a qualcun altro due Ministeri così delicati come quelli del lavoro e dello sviluppo economico. Perché agli albori di una nuova recessione, che a occuparsi dei lavoratori italiani ci sia un bugiardo seriale interessato sempre e solo alla propaganda, l’Italia non può proprio permetterselo.

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