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In merito al Jobs Act al quale si lavorerà nelle prossime settimane, segnalo questo mio contributo uscito sulla rivista Left. Gli ultimi sviluppi emersi dal confronto Letta-Renzi sull’azione di Governo, non possono che confermare alcuni timori lì espressi e rinnovare la speranza che questo pacchetto di interventi non esca dall’agenda e, anzi, sia l’occasione più vera per il “rilancio” che ora viene richiesto da più parti. Per quanto riguarda il merito delle proposte – di cui conosciamo, per ora, solo l’indice – segnalo anche il decalogo che, insieme ad alcuni colleghi tra cui Cesare Damiano, abbiamo presentato al Segretario come contributo alla discussione.

ABBIAMO IL DOVERE DI DARE RISPOSTE (da LEFT 01 febbraio 2014)
All’inizio erano due: la riforma elettorale e il Jobs Act. Ora non lo si sa più con certezza, ma ancora ce lo si augura.
Siamo a un passaggio cruciale: attendiamo che il Jobs Act passi da carta di intenti a proposte concrete. Certo non potrà più essere una newsletter: ci aspettiamo un documento ambizioso, dettagliato e corposo.
All’altezza dei difficili obiettivi.
Per fare questo, il Jobs Act deve essere capace di coniugare uno shock iniziale, che inverta da subito la dinamica occupazionale specie per i giovani specie per i giovani, con misure di medio periodo, che consolidino il cambiamento e rendano effettivi i benefici.
Renzi deve confermare se il Piano lavoro del Pd ha ancora questa duplice ambizione o se invece si sia già trasformato in un più facile programma a breve termine, da tenere nella manica se in qualche momento il giocattolo si rompesse.
Tra la prima e la seconda ipotesi, la natura stessa delle proposte cambia profondamente: una Cosa é infatti programmare un intervento sui deficit strutturali che oggi frenano il lavoro; ben altra cosa è declinare questo impegno con lo sguardo fissato al 2014.
Fondamentale sarà innanzitutto rivedere la politica industriale provando a non limitare l’Italia a turismo, cibo e made in Italy – settori certo importanti su cui continuare a puntare – ma allargando l’attenzione anche a settori strategici in cui l’Italia continua a essere un riferimento nel mondo, quali ad esempio la mecatronica, la robotica, la farmaceutica.
Sarà fondamentale osare di più, concentrando le risorse dove si può fare innovazione e finalizzando gli investimenti alla ricerca e sviluppo, alla crescita del capitale umano. Questo si può fare attraverso politiche diffuse di formazione avanzata che, di pari passo col ripensamento delle vocazioni produttive, riescano a modificare il background tecnologico e la qualità del lavoro richiesto dalle imprese italiane(oggi ancora nelle retrovie in Europa in termini di innovazione, al 17esimo posto su 28, dopo Spagna, Cipro e Portogallo).
Il gap tra le competenze fornite dal sistema della formazione e quelle effettivamente richieste dalle industrie va insomma ribaltato verso l’alto, per invertire così anche le dinamiche di salario.
Infine, non si potrà più essere vaghi sul reperimento delle risorse per queste priorità. Bankitalia certifica che il 10 per cento delle famiglie possiede ormai la meta della ricchezza del Paese: una redistribuzione delle risorse e delle opportunità è allora un elemento chiave per spiegare da che parte stai e quale parte della società intendi promuovere.
Non possiamo più permettere che la condizione di vita di milioni di persone si trovi sbalzata dal programma per le primarie a quello per le elezioni nazionali, e poi in nuove primarie, e via così.
Abbiamo il dovere di dare risposte a chi non può più attendere.
Renzi sicuramente è un segretario che spariglia le carte, deve ora dimostrare di sapere anche ricomporre il mazzo.
Dobbiamo aver chiaro, però, che lo stesso impegno dovrà essere di tutto il partito.
Nessuno – a partire da chi, come alcuni di noi, ha avanzato critiche – può pensare ora di sottrarsi a queste responsabilità, aspettando magari che qualche cadavere passi sul fiume.
Un eventuale fallimento, prima che del segretario, sarebbe di tutto il Pd. Non bisogna sciupare questa occasione. Lo dobbiamo soprattutto a quelle giovani generazioni spesso compresse nel numeri delle statistiche, che delineano un quadro drammatico.
Proviamo, per una volta, a tradurre le percentuali ormai note: i disoccupati tra i 15 e i 34 anni dal 2007 al 2013 sono cresciuti di mezzo milione (quanti gli abitanti di Palermo); quelli che lavorano sono un milione in meno (come Napoli).
Circa 800mila in più (quanto Torino) sono quelli in possesso di una laurea o un diploma, ma fuori da ogni percorso formativo o lavorativo – i cosiddetti Neet.
Tutti loro rischiano di rimanere definitivamente tagliati fuori, se non sapremo costruire certezza del primo impiego, corrispondenza fra ambizioni, competenze e mansioni, continuità lavorativa e contributiva, compensi equi.
Solo così potremo davvero rispondere all’urgenza di presente di un’intera generazione ancora alla finestra, dando loro anche la speranza di un futuro.
Per fare tutto questo forse non serve pensare di essere Goldrake, come il segretario ha dichiarato: al cartoon giapponese, basterà preferire Spiderman che ci ricordava come “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”.

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