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5ba6f36f-f417-4b1b-b60f-59f19d021e09Stamattina alla Camera in una bella conferenza stampa abbiamo presentato “Una stanza tutta per Lei – rassegna teatrale per immaginare il femminile nel terzo millennio”. (programma)

Complimenti al Teatro Due di Roma che ha deciso di intraprendere un impegno notevole, bello e coraggioso: quello di una programmazione che prende quattro mesi e tredici appuntamenti con protagoniste le donne. Già questo, vale a rappresentare il merito del direttore artistico Daniele Salvo e delle sue collaboratrici, Marionetta Bideri e Melania Giglio.

Ancor più del titolo, mi piace il sottotitolo della rassegna. Infatti, più che “immaginare il ruolo della donna” o “immaginare il femminismo” o altre formule simili, si dice di voler “immaginare <il femminile> nel terzo millennio”.

Le prime due espressioni sono certamente corrette, appropriate, per alcuni aspetti necessarie. Ma quella che avete scelto le contiene e le amplia, in un qualche senso le libera.

Da cosa? Dal fatto che le indispensabili rivendicazioni delle donne debbano per forza essere determinate in contrapposizione col genere maschile. Parlo di quelle che hanno caratterizzato il secolo appena concluso, in cui le prime di loro – di noi – hanno finalmente potuto studiare, laurearsi, scegliere se e con chi sposarsi, se e con chi avere figli, con quale nome farsi chiamare, votare, lavorare… anche imbracciando le armi per conquistare democrazia e libertà.

Il vero salto di qualità non solo del nuovo secolo, ma del nuovo millennio che si è aperto, sarà poter contare sulla vera e libera auto-determinazione. Quella, per intenderci, delle donne che  sanno cosa sono, cosa vogliono essere e cosa chiedere, senza doverlo fare appoggiandosi a nessun altro genere per essere legittimate ed accettate.

Potremmo, forse, toglierci finalmente da quel paradosso che vede alcune di loro replicare a volte- più o meno consapevolmente – comportamenti e priorità maschili, rinunciando così almeno in parte alla propria piena soggettività ed originalità.

Smetteremmo così anche di doverci sentire misurate non solo rispetto al maschio, ma anche alle nostre madri e nonne, su quanto siano “femminili” gli atteggiamenti di alcune o “maschili” quelle di altre (qualsiasi cosa questo significhi). Forse, riusciremo ad essere innanzitutto noi stesse per quello che vogliamo e scegliamo, secondo il nostro “io”.

“Donne non si nasce, lo si diventa” diceva Simone de Beauvoir una grande donna, anticipatrice non solo dei suoi tempi ma – ahimè – anche di buona parte dei nostri.

Non c’è dubbio che la base da cui partire per questo ulteriore passo siano le conquiste – purtroppo ancora incomplete – che ereditiamo, e che oggi sembra necessario innanzitutto difendere.

Raccontava Rita Levi Montalcini che ancora nei primi decenni del Novecento, nelle società più progredite due cromosomi X rappresentavano una barriera insormontabile per entrare alle scuole superiori e poter realizzare i propri talenti. Per fortuna, molti passi in avanti sono stati fatti. Ma per alcuni versi rimaniamo ancora indietro. Sappiamo che, pur con significative ed importanti eccezioni di cui si parla troppo poco, nelle università, nelle professioni e nei posti in cui si prendono decisioni di responsabilità ancora spesso è così: il cromosoma Y fa curriculum più della competenza e del merito. 

Le qualità e gli attributi possono però non solo essere ignorati, ma anche negati o zittiti. Gli esiti di questa frustrazione sono spesso il tentativo di riaffermare una supremazia maschile. A volte anche con la violenza, sia essa tra le mura di casa o in una piazza.

Parlando quindi di valori – e di corpi – da difendere, in questo inizio 2016 penso innanzitutto a quanto successo la notte di San Silvestro a Colonia e in molte città tedesche.

Dietro alle violenze di decine di uomini su decine di donne, si scorge anche una matrice comune che ben conosciamo: quella di un atteggiamento patriarcale che è purtroppo trasversale agli stati, alle culture, alle religioni e alle generazioni, e che nasce dalla configurazione diseguale e discriminatoria del potere tra i sessi.

Quello che ci deve far riflettere, è che una politica femminista, per riprendere Paola Rudan, non può accontentarsi dell’antirazzismo. Tanto più nei nostri paesi democratici, deve essere invece capace di agire contro l’ordine e la legge del patriarcato. Lo stesso che si riconosce in molti atteggiamenti degli uomini di casa nostra e che per qualcuno, oggi, si traduce nel “giù le mani dalle nostre donne”. Dietro, c’è la stessa idea di corpo femminile visto come un oggetto di cui è possibile disporre e che, al massimo, è necessario salvaguardare come si farebbe con una qualsiasi proprietà.

Non possiamo cavarcela, in questi frangenti, dicendo che quello contro la violenza di genere è un valore universale: non è così. E’ frutto invece della tenacia e del lavoro delle donne stesse. Anche quello che forse si fatica a vedere (come molto di ciò che ha impronta femminile) dietro le tende di una comunicazione largamente conservatrice, paternalista e maschilista.

E’ merito di donne che sono “diventate donne”, appunto, aprendo la strada a molte altre e lasciando a noi il compito di proseguire l’opera, sia nella riflessione sia nella pratica quotidiana.

Per questo, ciò di cui abbiamo bisogno può davvero passare innanzitutto da iniziative come questa rassegna, che si costruiscono intorno ad un bisogno di incontro, di cultura e di racconto di vita vera.

Ha scritto bene Marina Terragni sul blog del Corriere che la risposta alle violenze è in primis tenere le donne al centro. A cominciare dalle politiche dell’accoglienza perchè più profughe di loro non c’è nessuno.

Anche noi stiamo facendo la nostra parte, non certo senza difficoltà. In questa legislatura, grazie all’impegno delle parlamentari, c’è stata l’approvazione della Convenzione di Istanbul, la cancellazione delle dimissioni in bianco, passando per le norme per la democrazia paritaria e sulla maternità nella riforma del Lavoro e nell’ultima legge di stabilità. Non è ancora tutto quello che vorremmo e che sarebbe necessario, ma è tanto se confrontato con il passato.

Abbiamo però bisogno di sostengo e ne abbiamo bisogno da parte di tutti, donne e uomini insieme. Per questo credo sia particolarmente importante la vostra intenzione non solo di portare le donne al centro, in questo caso del palcoscenico di questo teatro, ma anche di rivolgersi agli uomini, interrogandoli.

Sono certa che, cominciando con le parole delle autrici e le voci delle interpreti, tutti noi non potremo che interrogarci su ciò che possiamo fare, ognuno secondo la propria responsabilità e ruolo, perchè il terzo sia davvero il millennio al femminile.

Detto questo, sapendo che la scaramanzia a teatro è parte integrante tanto quanto il copione, non posso che fare a tutto il Teatro Due, alle interpreti (e a tutte noi) un sincero “in bocca al lupo”.

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